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Bruno Rosada

TAVOLOZZA ILLUMINATA
[tratto da "ArteiN" n.77 Febbraio-Marzo 2002, Edizioni d'Arte Europee]

Sono misteriosi i fattori che presiedono alla creazione artistica, ma spesso sono dei canali, ancora più misteriosi e misteriosamente intrecciati fra di loro, che collegano la mano dell'artista ai cosiddetti archetipi collettivi passando attraverso un relais, che si chiama psiche. La psiche dell'artista. E forse è questo che caratterizza il talento: avere una psiche (ma diciamo pure un'anima) che riesce a scoprire e a evidenziare quegli archetipi che ciascuno vorrebbe avere scoperto.

In fondo l'artista rivela quello che ognuno di noi avrebbe voluto riuscire a scoprire da solo. Apprezzare un quadro, un'opera d'arte qualsiasi, una poesia, un bel libro, significa trovare in essa quello che cercavamo da tempo e che non eravamo mai riusciti a scoprire. Mauro Saviola ci fa questo favore. Le sue opere sembrano nate per caso, e certo una felice casuale combinazione c'è in ogni riuscita opera dell'uomo: è la vita che lo suggerisce e spesso lo impone. E nell'arte l'evento dell'opera è gestito dal talento e dalla imprevedibilità che spesso finisce per stupire lo stesso autore.

Però tutto questo non basta a fare un artista, sennò ciascuno di noi lo sarebbe.
La cultura è l'indispensabile fattore che la rende grande e utile. E cultura significa l'accumulo di quello che prima hanno fatto gli altri. E così Saviola ha visto tanti quadri, soprattutto l'espressionismo astratto, gli americani, specie quelli vissuti in Europa. È il problema delle fonti, che vale per i poeti (non c'è un verso di 'The waste land' che sia di Eliot, eppure il poema è tutto suo!), ma vale anche per i pittori, per quelli di talento almeno. Saviola ha visto quelli che sono venuti prima di lui, Wols, Pollock, per dirne un paio, e ha l'aria di aver detto: "mi vanno quasi bene", e di quel quasi si è appropriato lui, e ha "portato avanti il discorso"; perché c'è un progresso, anche nell'arte, e il progresso si fonda su quel quasi.

In che cosa consiste il quasi di Saviola? prima di tutto in un uso del colore atonale, di tradizione veneziana e non toscana (lo so che questa distinzione è considerata ormai molto convenzionale, soprattutto sul piano storiografico, però serve sempre a farsi capire, specie quando si fa critica); e questo gli consente delle operazioni di notevole scaltrezza artistica, anzi specificamente pittorica: due soprattutto, la luce e la materia. Lui sa trasformare il colore in luce, (e - si badi - non usa il colore per riprodurre la luce: trasforma il colore in luce) con un'operazione che in una struttura formale del tutto diversa, semplice e non complessa, era alla base della pittura di Guidi, ma Guidi la faceva con due colori soltanto. Ecco un quasi importante: Saviola ritrova il gusto delle cose e trasforma in luce una varietà estrema di colori disposti in forme disparate, spesso impensabili. Il gusto delle cose: e qui si fa soccorrere in parte dall'espediente proprio della pittura dell'avanguardia, i titoli che - come ha detto Octavio Paz - fanno parte integrante delle opere. Naturalmente non bastano i titoli da soli.

Quando Saviola scrive Foresta, o Profondità, o Battaglia, non è che questi titoli non c'entrano per niente con l'opera, anzi è vero il contrario, però con essi l'informale prende forma, e si realizza il superamento dell'informale, inteso come stagione dell'arte del '900, avviandosi a quel recupero della sostanziale esistenza delle cose che ne ha caratterizzato sul piano fìlosofìco e sul piano artistico il portato più significativo di questi ultimi anni.