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Alessandro Gennari

IL COLORE DELLO SPECCHIO
[tratto da "Mauro Saviola" - Arti Grafiche Castello, Gennaio 1999]

Può accadere, in sogno, di essere condotti da un compagno misterioso, sconosciuto eppure familiare, nel luogo ove sta per verificarsi un evento di grande importanza; qualcosa che senza dubbio è già accaduto, che è destinato a ripetersi ciclicamente, ma che ogni volta si produce come un'assoluta novità. Gli attori (non è dato sapere se siano uomini oppure ombre) rappresentano quell'evento inconsapevoli del numeroso pubblico che li osserva e non appena l'ultimo gesto è compiuto si dileguano, ritornando ciascuno alla propria dimensione.

Fortissima è l'emozione che la scena ha provocato, incalcolabile il suo insegnamento, eppure non siamo più in grado di ricordarne il contenuto, di ricondurne gli eventi a una descrizione, a un racconto del medesimo ordine e grado delle vicende quotidiane. Accanto a noi, l'amico che ci ha accompagnato sulla scena del mito sorride, conosce il nostro smarrimento e non appena gli chiediamo che cosa è accaduto, scompare.

Un'esperienza analoga si può rintracciare nei più remoti ricordi dell'infanzia; prima che l'educazione allo specchio ci incateni a un nome, a una persona, a una mancanza struggente e incolmabile, qualcosa ci istruisce e ci parla con una voce che non è del mondo; i colori si dispongono lungo un racconto il cui ritmo accompagna i primi passi della nostra esperienza, senza che sia necessario comprenderne un significato o conoscerne l'ordine e la premessa.

La pittura di Mauro Saviola si svolge lungo questo sentiero sospeso fra la notte e il giorno, fra i nomi e i significanti, nell'esitazione metafisica che rende la dimenticanza indispensabile alla tessitura dei ricordi; troppo forte e immediato è il carattere narrativo di ogni sua opera per poterne ricondurre lo stile alle categorie dell'informale o dell'astratto, e le figure che agiscono sulla scena di ogni quadro appaiono compiute e organizzate fra colore e disegno, ritratte però un istante prima di codificarsi.

La storia della pittura occidentale - e della sua teorizzazione - è percorsa da un apparente dissidio tra forma e colore in cui i teorici della forma, del disegno, si sforzano di motivarne la supremazia. Aristotele arriva ad affermare, platonicamente, che chi buttasse a caso i colori più belli non riuscirebbe mai a dilettare la vista come chi disegnasse una figura in bianco. Naturalmente, la debolezza dell'asserto sta proprio nell'espressione "a caso", che nel filosofo greco significa qualunque cosa che stia oltre i criteri di riconoscibilità stabiliti una volta per tutte dal tiranno o dal prefetto di turno.

Mauro Saviola, grazie al suo talento visionario e all'amore per le tinte, i leganti e i solventi che la pittura occidentale scopre come principale fonte ispirativa a partire da Giorgione, esplora le possibilità che il colore ha di farsi corpo senza dover prendere un nome. Nell'istante in cui il colore prende a coagularsi intorno a un punto per disegnarne le direzioni e il campo di forza, l'opera si compie, prima che l'occhio del mondo intervenga a darle un senso.
Saviola sembra aver ripreso inconsapevolmente, operativamente, l'asserto di Zenone di Cizio, un filosofo stoico vissuto prima che la metafisica greca inventasse il mondo, facendone un teatro di cadaveri ambulanti sospeso nel nulla. Zenone afferma che i colori sono gli schemi originari della materia (e non le modalità di riempimento del disegno, dello schema); l'atto del pittore consiste dunque anzitutto nell'aprire una porta alla luce per udirne il racconto.

Le sue figure risultano così figure-schermo rispetto a un oggetto in perdita, impossibile da padroneggiare, riconoscibile unicamente nell'equivoco, la cui percezione ordinaria - che si presume collettiva - è frutto di una idealizzazione acquisita. Un oggetto che si ritiene illusoriamente di conoscere mancando così l'evento che esso costituisce nell'esperienza.

La poetica di Saviola implica dunque un'etica della discrezione e dell'umiltà: sento che questo accade o non so che cosa, sembra dire, inventando in ogni opera il mito della creazione. Rifiutando il carattere di stabilità che il senso comune attribuisce alla visione, non le consente di paralizzare la concatenazione delle immagini e afferma, nell'atto di concludere ogni quadro, l'imprendibilità dell'oggetto, sempre altro e semovente, mai fermo, impossibile da immobilizzare.

E fra gli enigmi che le sue figure ci suggeriscono, disseminata nei suoi cieli e nelle figure che appaiono per scomparire all'istante non appena si sentono osservate, una domanda ci sorprende: se niente è fermo, nella scena e nel corpo, se è arbitrario isolare un momento dell'esistenza supponendolo immobile, con quale corpo risorgerò nell'ultimo giorno? Ecco, osservando le figure che s'inseguono oltre lo smeriglio della superficie dei suoi quadri, forse è possibile trovare la silenziosa risposta a questo enigma.