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Gianmaria Erbesato

IL SOFFIO DELLA LUCE E DELL'OMBRA
[tratto da "Mauro Saviola" - Arti Grafiche Castello, Gennaio 1999]

C'è stato un tempo, non poi cosi lontano, in cui immagini pittoriche come quelle create da Mauro Saviola sarebbero quasi certamente rientrate nella categoria estetica (coniata nella seconda metà degli anni Settanta) che definiva certa pittura di allora "pittura primaria". "Primaria", la si diceva; in quanto non più luogo ideale, perfettamente in sé raccolto e concluso, per mettervi a dimora immagini decantate attraverso il calcolo e il pensiero, la regola e la "misura"; bensì un campo indeterminato, turbato, "sregolato", di un fluire diretto dell'emozione nell'opera che, in tal modo, sfugge alle convenzioni spaziali e temporali, e si determina nella flagranza (affettiva, gestuale, tattile) di un atto creativo che non conosce il rigore dell'attesa e scarica, sulla superficie del quadro, una materia ardente, satura di fisicità, stillante di colore-luce. Un mondo di immagini che esclude la contemplazione estatica, il distacco tra l'essere e il fare pittura, la sorvegliata armonia dell'Arte Bella (la cui morte Hegel decretava già agli albori dell'Ottocento) in cui la piccola realtà della nostra vita posa consolata e come recinta di difese.
Un mondo in cui neve e fango si confondono, che genera miele dall'assenzio, e che vive solo quando se ne sia udita intera la musica traboccante di spasmi, di traumi, di vertigini; talvolta lancinanti. Una musica fuori spartito. Come un'acqua che ha travolto gli argini.

Nell'opera di Mauro Saviola sembra scorrere a rivoli quell'acqua impetuosa, nell'aria martellata da folate di pittura improvvisamente, inesauribilmente pittura; di una fertilità che riconduce a sé stessa ogni immagine, e tradisce un'umida profondità che insorge, ingrossa, dilaga.

II dipingere di Saviola, a soprassalti, a scrosci, a ustioni cromatiche, per grovigli ed impasti quasi magmatici, sviluppa un continuum di improvvisazioni psichiche; in presa diretta con le tensioni, i rapimenti, gli abbandoni della sensibilità (dell'Inconscio) che ha una necessità d'espressione "primaria" appunto, urgente.

Sembra esservi, in queste pitture, come una forza di rivelazione dell'energia sorgiva che fermenta ad ogni primo incontro, ad ogni primo istante (nel Primo Taccuino del 1936, Renato Birolli scrive: "Quando incontri la pittura al suo nascere, essa è un cumulo di forze incorrotte, dense, a forte peso specifico").

Tutto in questi quadri è nucleo. Forse perché per Saviola dipingere può voler dire rivestirsi del colore come di un manto corposo e protettivo, e riscaldarsi. Può voler dire lasciare il colore adagiarsi lungamente nell'anima, fino a impregnarla in quegli strati e sottostrati che cercano di afferrare l'inafferrabile, come atto di accettazione e consolazione per aver sentito che là dove la vita sorge quale essenza, là più se ne accresce la perdita. Perciò l'opera complessiva di Saviola suggerisce il compenetrarsi di una nuova nascita che germoglia sotto i nostri occhi avida di esistere, e il tremante presagio del suo dileguarsi.

Una pittura che sembra adergersi nel fuoco della controversia. Forse, proprio per questo, l'ebrezza cromatica lussureggiante, a tratti aggressiva e travolgente, di questi quadri dipinti a occhi senza ciglia, può diventare la misura di tutte le cose che si aggirano e si moltipllcano dentro di noi, come tanti vascelli oscillanti sul mare grosso.
Una misura sospesa fra orlo di rupe voluttuosamente fiorito e precipizio; fra pregnanza fisica e dissoluzione.

Ma cos'è più fascinante di un'energia, d'improvviso colma, continuamente minacciata? Essa induce a cercare qualcosa che forse viene una sola volta e che valga in virtù del suo contenuto di vita: proprio ciò cui sembra anelare questa pittura, che non perde mai spessore e splendore di luce, soprattutto quando fruga nella tenebra.

Risulta, quindi, valore primo e precipuo di questa pittura, quel poter essere sorpresa, in ogni momento della sua storia, in una pienezza espressiva che tracima dalla sua stessa energia intema resa visibile; come fosse un mareggiare, un addensare, un sedimentare colore sempre nella tempesta, di mille sensazioni e sentimenti simultanei; e basta un soffio, indicibilmente lieve, di luce od ombra, più chiaro men chiaro, a celarvi o svelarvi qualcosa che abbiamo incontrato molto tempo fa; o non mai ancora.

II colore di Saviola. Ora è un ribollente, alitante gonfiarsi in onde quasi sonore; ora un sognante effondersi in auree malinconie meridiane; ora un calare lento, grondante, nell'oppressione di un crepuscolo senza fondo.
Quali altre referenze chiedere, per il momento, alla pittura di Mauro Saviola? Regardez, admirez, comprenez, soignez... C'est Mauro Saviola: avrebbe suggerito Jean Cocteau, con vigore e delicatezza assieme.